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L’enigma di San Michele e il numero 8

da Giovanna Colantonio

Chiese e Basiliche rappresentano fette di mondo, microcosmi in miniatura. Quasi mai, però, sono soltanto quello che vediamo, o quello che crediamo di sapere. Se dovessimo guardare il mondo alla luce delle nuove scoperte storiche, fisiche, scientifiche, genetiche e antropologiche, dovremmo riscrivere tutti i nostri manuali, riformare le scuole, le Università, le fabbriche. Per fortuna però siamo all’oscuro di gran parte di esse. E per quanto riguarda i dubbi che abbiamo, il cervello umano si comporta in modo tale da preferire sempre le certezze.

Un esempio: perché è stata costruita la chiesa di San Michele a Vasto? E perché ha una forma ottagonale? Perché, su tutti i Santi, questo culto per i vastesi è sempre stato così forte? E perché è una delle poche chiese al mondo a contenere tutte e sette le statue degli Arcangeli?

Dalla notte dei tempi il popolo vastese ha sempre invocato San Michele, per qualsiasi calamità o rischio. Nel 1675, anno in cui fu eretta la chiesa, Vasto si salvò da una violentissima epidemia di peste che colpì tutta l’Italia meridionale. Il tempio fu costruito per non dimenticare. Venne rivolto verso il Gargano, nel punto più prominente della città, e fu scelta la forma ottagonale. Le chiese ottagone, come quelle circolari, affondano le loro radici nel Santo Sepolcro di Gerusalemme. L’ottagono evoca la vita eterna, il numero 8 è il simbolo (e il giorno) della Resurrezione, intesa come la Vittoria Divina sugli Inferi. L’8 è un numero che ricorrerà più volte nella storia di Vasto e in quella del Santo.

Proprio nella prima metà dell’Ottocento, nuove epidemie di peste e colera si abbatterono sull’Italia minacciando nuovamente Vasto. Fu così che i vastesi, riuniti nella chiesa di San Giuseppe, dove all’epoca era conservata la statua di San Michele, decisero di ristrutturarne il tempio originario e di formulare una richiesta ufficiale per farlo diventare il patrono della città, al posto di San Teodoro. La richiesta fu inviata nel 1827 a Leone XII, il Papa che ricevette per diciotto volte l’estrema unzione. Nel 1884, Papa Leone XIII, dopo aver avuto un’orribile visione, cercò di scongiurare la venuta del demonio con una preghiera che la Chiesa adottò come obbligatoria alla fine di ogni cerimonia religiosa, fino agli anni ’70. “La Preghiera di San Michele”, è utilizzata oggi dai sacerdoti come esorcismo. Nella sua versione originale latina recita così: “Pregate, dunque, il Dio della pace a tenere schiacciato satana sotto i nostri piedi, affinché non possa continuare a tenere schiavi gli uomini e a danneggiare la Chiesa”. 

La storia vuole infatti che l’Arcangelo Michele, capo supremo dell’esercito celeste, abbia scaraventato Lucifero nelle viscere della Terra, dopo un’estenuante battaglia in cui Satana aveva assunto le sembianze di un enorme drago. l fendente della spada di San Michele aprì sul globo terrestre una voragine in cui il diavolo precipitò andando a creare gli Inferi. Su quel taglio, chiamato oggi Linea di San Michele, vennero erette sette chiese equidistanti, su una linea retta che dall’Irlanda porta fino a Israele, attraversa parte dell’Italia orientale e passa per il Gargano. È la Ley Line, Linea della Legge, il simbolo della lotta tra il Bene e il Male. È il simbolo della vittoria divina, ma con il monito sempre presente e minaccioso di una ferita che può riaprirsi. Il capitolo 12 del libro dell’Apocalisse recita questi versi: “Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo” Ap. 12,7-12. Sempre più chiese sono nate nel corso dei millenni per cercare di sigillare questa cicatrice, impietosa apertura della Terra verso l’Inferno. Anche la chiesa di Vasto è una di queste.

Ma c’è dell’altro: nelle campagne  vastesi esiste una cavità conosciuta come la Sacra Grotta di San Michele. Un caso? E se il Santo in persona, dopo secoli, avesse attraversato questi luoghi, tanto da lasciarvi un segno indelebile che sfidasse ogni tempo? Si racconta che qui l’Arcangelo si sia fermato venendo da Oriente, prima di arrivare nel Gargano a combattere i pagani, e vi abbia nascosto una scheggia della sua spada. La leggenda narra di un torello, fuggitivo per giorni e poi tornato, che insospettì il suo pastore, fino a quando questo decise una mattina di seguirlo. Il pastore vide che l’impervia foresta si apriva al passaggio dell’animale e ne rimase sbalordito. Lo seguì ancora e si trovò di fronte una grotta, mai vista prima. Qui il toro si inginocchiò, e lui svenne alla vista del Santo Alato. Al suo risveglio, assettato, San Michele creò una sorgente per dissetarlo: dalle pareti di questa grotta millenaria, ricoperte di stalattiti, l’acqua ancora oggi continua a gocciolare. Milioni di pellegrini vi accorrono per guarire da ogni malattia, alla ricerca della scheggia. Sette e Congregazioni di tutto il mondo sono sulle sue tracce. Sanguinose battaglie sono scoppiate nel corso dei secoli a causa di questo segreto. Nessuno ne conosce esattamente la collocazione. Alcuni studiosi hanno addirittura ipotizzato che si trovi proprio sotto la chiesa di San Michele, che venne appositamente costruita per proteggerla.

Siamo nel 2018. Che sia un segno? Noi non possiamo rivelare altro, abbiamo già rischiato abbastanza.

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