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Il Tour dei fantasmi, a Vasto

da Giovanna Colantonio

Vasto ha mille volti. Oltre a essere una città di mare e di vacanze, ha un lato oscuro legato alla superstizione e all’occulto. Storie ineluttabili fatte di presenze e di fantasmi, di leggende e di delitti. Anime che riaffiorano dal passato nelle notti di luna piena, ognuna con una storia, ognuna per un motivo. Scopriamole insieme.

Il nostro percorso parte da Corso Plebiscito. Camminando, prestiamo attenzione a un maestoso portone verde bosco e guardiamoci intorno con cautela. Si narra di un uomo avvistato più volte nell’androne di questo palazzo. Segni particolari: una tuba nera, il cappello a cilindro tipico ottocentesco, alto e rigido. Non si sa nulla della sua storia, sappiamo solo che nascosto nel buio si diverte a spaventare i passanti, uscendo all’improvviso. Buu! Alcuni però sostengono che la sua intenzione sia solo accogliere le persone con un inchino, in cenno di saluto. Nessuno ne conosce il motivo, è probabile che fosse un musicista. Ma non tutti sono in grado di vederlo: si dice che si palesi solo alle persone con una spiccata sensibilità musicale.

Poco più avanti un palazzo fa capolino lungo la stessa strada, ma dal lato opposto. È Palazzo Ciccarone, appartenuto a una famiglia nobile per generazioni, intriso di vite passate, accadimenti, storie e leggende. Una sera, uno dei suoi abitanti rincasò tardi e si addormentò in una stanza adibita a studio, dove nessuno solitamente dormiva. Durante la notte, venne svegliato da una carezza. Si riaddormentò, e di nuovo la sentì sul viso. Liberarsene fu impossibile, soprattutto perché una voce gli sussurrò più volte la data esatta, comprensiva di giorno, mese e anno, della sua morte. E così purtroppo fu.

Da questo episodio, nessuno più ebbe il coraggio di dormire in quella stanza, che fu ribattezzata “Stanza della carezza”.

Il sole sta calando. Se intravedete lungo Corso Palizzi una coppia che corre via furtiva, si tratta di una storia di amore e passione. Risale ai primi del ‘900 e vede come protagonisti due amanti suicidi: il Barone Carlo dei Genova e Caterina Benedetti. Lei bellissima, di una bellezza diafana, bionda e delicata, vestita di bianco. Lui elegante e distinto. Potete avvistarli che scappano insieme da un tormento, in cerca di pace. Marito e moglie integerrimi, furono trovati morti una domenica pomeriggio dell’estate 1901, abbracciati in una pozza di sangue dentro la loro stanza da letto. Una lettera motivava il gesto estremo con il “disperato proposito di sottrarsi alle dicerie del mondo con il sacrifico della vita, nella fiducia che il sangue versato ricada sopra i calunniatori”. Si uccisero per il dolore causato dalle malelingue, e si dice che perseguitino le persone che riversano dicerie false sui comportamenti e sulle vite altrui.

Attenzione a non parlar male di nessuno, qui a Vasto è severamente vietato!

Il nostro percorso prosegue su Via Anelli, destinazione Palazzo Genova Rulli. Il palazzo è intriso di misteri e qui si aggira il fantasma più famoso di Vasto, dalla storia tremendamente dolorosa: Suor Maria Zocchi. È possibile avvistarla nei pressi della chiesa di Santa Filomena, luogo della sua sepoltura, un tempo annessa al palazzo. Già dagli scritti dell’epoca veniva chiamata la suora anoressica: viveva di sacrifici, mangiava solo pane raffermo e ammuffito, dormiva su una tavola di legno e girava con stracci mai lavati, sempre scalza, anche con la neve. Suor Maria muore di stenti nel 1650, e da quel giorno vaga per la città come un’anima in pena, con l’obiettivo di redimere i peccatori. Vederla è come un monito al peccato.

L’ultima tappa del tour è su Via Adriatica.

Esiste un nome, un modo, per descrivere il suono del battito d’ali delle farfalle?

Chi ha visto il fantasma di Lavinia Feltria della Rovere conosce quel rumore e sa descrivere quel suono. Lavinia Feltria Della Rovere era una donna bellissima, la cui vita fu costellata di dolori e disgrazie. I capelli lunghi castano ramato raccolti in una acconciatura seicentesca, un lungo abito blu zaffiro con strascico, lo sguardo profondo e sognante, gli occhi cerulei. L’anima di Lavinia, nobile Marchesa del Vasto, si ostina a rimanere legata a questa città, poiché rappresenterebbe una delle poche parentesi in cui sia stata veramente serena. Proprio qui, nella cittadina che osava chiamare “Atene degli Abruzzi” per la sua bellezza, Lavinia visse pochi indimenticabili attimi di pace familiare. Dotata di una grazia e di una forza d’animo rara, Lavinia era afflitta da enormi preoccupazioni: il comportamento dispendioso e sconsiderato del marito Felice Alfonso d’Avalos, la prematura morte del figlio, il marchesino Francesco Ferrante, le sventure della figlia Isabella, andata in sposa appena dodicenne allo scellerato cugino Innico d’Avalos. Lungo Via Adriatica, con il passo leggero come un soffio, Lavinia Feltria Della Rovere si mostra a chi possiede una profonda empatia, e si dice che la sua presenza infonda tranquillità.

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