L’intervista a Memorie di una Vagina, e c’entra anche Vasto

di Giovanna Colantonio

Questo numero di Disclose è dedicato alle donne, e chi meglio della famosa blogger Memorie di Una Vagina poteva aprire l’edizione 2019? Nata dal web, la scrittrice è in grado di capire e raccontare gioie, dolori e disagi della generazione dei Millennials, quella cresciuta a cavallo tra due tipologie di società, pre e post smartphone. Sesso, amore, gender e gender gap, ironia e satira, critica e passione. E c’entra anche Vasto, di cui la blogger ha metà cuore e metà origini e di cui si dichiara promoter ufficiale, notando quanto c’è di bellissimo e quanto non funziona, e parlandone senza remore. L’intervista integrale a Stella Pulpo, qui.

Perché hai scelto di chiamarti Memorie di una Vagina? 

Il blog è nato nel 2011 al termine di una relazione sentimentale importante, durante la quale, a ogni litigio, il mio ex mi diceva: “Non fare la vagina!”. Con “Vagina” intendeva la somma di tutti gli aspetti più deteriori della femminilità (l’isteria, lo stracciamento delle gonadi, l’iper-analisi di qualunque cosa). Quando ci siamo mollati, ho deciso di fare ciò che avevo sempre fatto: scrivere per provare a capirmi, a vivisezionarmi e ricompormi; cercare nella parola le risposte ai miei irrisolti. Il nome, Memorie di una Vagina, è venuto da sé, come una naturale conseguenza, una provocazione, il bisogno di rivendicare e affermare la mia identità, i miei limiti e le mie imperfezioni.

E se fossi un Pene, vedresti il mondo con occhi diversi?

Certamente sì. Da qualsiasi punto di vista il mondo assume prospettive differenti: essere uomo o donna, giovane o vecchio, italiano o straniero, meridionale o settentrionale, sano o disabile, ricco o povero.

La percezione di ciò che ci circonda muta in base alle nostre esperienze e agli strumenti che abbiamo per muoverci nella società, ed è per questo che tutte le voci hanno una storia da raccontare

e ciascuna storia andrebbe ascoltata: perché ci dice qualcosa che non sappiamo di ciò che crediamo di conoscere già. In questi anni la percezione dei ruoli e dei generi vive una fortissima mutazione antropologica (la più forte, probabilmente, da diversi decenni, se non secoli). Il cambiamento spaventa, da un lato, ma è un’opportunità preziosa, dall’altro. Abbiamo la possibilità di creare un rapporto nuovo e più equo tra gli uomini e le donne, tra le persone in generale, ed è un’opportunità che dobbiamo cogliere, specialmente in un periodo storico che mette in discussione tutti i valori fondanti della nostra civiltà, politicamente, culturalmente e umanamente parlando.

Il tuo ultimo pamphlet “Molestie per l’estate”, scritto sull’onda del #MeToo, ha un bellissimo obiettivo maieutico e sociale che va al di là di una raccolta di esperienze sul consenso. Cosa ti ha spinto a scriverlo?

Poiché in questo mondo ci viviamo, penso sia nostro dovere sforzarci di capirlo, di spiegarlo, di farlo funzionare nel modo migliore possibile o, se non altro, di arginare le sue derive più preoccupanti. Il movimento #MeToo, per esempio, ha sollevato moltissima ostilità nel nostro paese, abbiamo assistito a numerosi tentativi di delegittimarlo e di ridurlo alla condotta privata di Asia Argento. La verità è che il #MeToo è stato utile, oserei dire necessario. Ha riaperto il dibattito femminista in Italia, obbligandoci a una riflessione sul sesso, sul potere, sui generi e sul modo in cui si relazionano. Proprio per questo ho scritto “Molestie per l’Estate”…perché avevo bisogno di riflettere, di approfondire, di comprendere il senso e le potenzialità di quello scossone.

“Ogni tanto dovremmo farlo: stare zitti, prenderci il tempo necessario a costruire delle opinioni fondate, ascoltare, non indignarci troppo facilmente, non ridurre tutto a puro tifo da spalto”.

Cosa potrebbero fare meglio secondo te le donne, per contribuire a questo cambiamento?

Le donne, dal mio punto di vista, sono la chiave di questo cambiamento e forse, finalmente, iniziano a esserne consapevoli. Naturalmente, influire sulle sorti del mondo, della politica, dell’economia, dell’ambiente, emancipandosi da sovrastrutture millenarie che hanno programmaticamente escluso le donne dall’esercizio del potere pubblico, non è un passaggio semplice, né immediato. L’Italia è un paese meraviglioso, ma è estremamente sessista e lo dico senza giudizio, come una mera constatazione dei fatti. Osserviamo la realtà attraverso una lente maschilista e lo facciamo tutti, uomini e donne, perché tutti siamo cresciuti nello stesso sistema culturale e valoriale. Ciò che possiamo fare meglio, e abbiamo gli strumenti e la cultura per farlo, è informarci, guardare cosa succede all’estero, imparare la storia delle donne e tutte le discriminazioni che hanno subito (e che, in forma diversa, continuano a subire). Per riuscirci, è necessario creare artigianalmente una cultura diversa, la consapevolezza del nostro potere e delle nostre capacità, rivedere le nostre priorità (che in fondo non è mica normale che il nostro primo obiettivo nella vita debba essere, per esempio, essere belle/giovani/sexy/sante/puttane/madri/mogli). Le donne dovrebbero imparare ad ascoltare le altre donne, a supportarle, a incoraggiarle, a essere complici e non rivali. Dovrebbero, soprattutto, ricordarsi che possono essere diverse dagli uomini.

Emanciparsi non vuol dire scimmiottare i maschi, mutuando aspetti della virilità di cui non abbiamo bisogno e che sono perlopiù negativi.

Emanciparsi vuol dire creare una nostra formula per stare al mondo e per esserne parte attiva in tutti i suoi settori. Vuol dire, soprattutto, non perdere la capacità di ascolto e dialogo che abbiamo, e continuare a esercitarla

E ora mettiamoci a nudo… ma per la prova costume a Vasto! Sei pronta? 

Ahah, non ho capito se è una domanda vera, questa, comunque la risposta è no. Non sono mai stata pronta per una prova costume, ma non me ne faccio un particolare cruccio. Come amo dire in questi casi: di prove, nella vita, ne ho superate altre e molte ancora ne affronterò…quella bikini, per me, non è certo in cima alla classifica J

Che legame hai con Vasto? 

Sono per metà vastese, perché mia mamma è nata e cresciuta qui. Negli anni ’80 si è innamorata di un pugliese, di Taranto, e si è trasferita in Puglia, dove sono nata e cresciuta io. Da qualche anno i miei genitori, ormai in pensione, sono tornati a vivere in Abruzzo e, di conseguenza, ci vengo più spesso anche io, diverse volte all’anno. Vasto mi piace, moltissimo. Per me è un luogo di ricordi felici, di memorie infantili dolcissime, di nonni, di cugini, di parenti, di passeggiate, di scampagnate, di frutta saporita, di pace, di viaggi in automobile ascoltando De Gregori, Dalla, De André. Ti direi che mi sento molto più pugliese che abruzzese, ma gli ultimi anni mi hanno insegnato che nella vita non abbiamo una sola casa, un solo luogo dell’anima. Casa è dove ci sono le persone che amiamo e a Vasto ce ne sono, e ce ne sono state, tante che amo e che ho amato profondamente. Affetti essenziali che qui hanno le loro radici e credo che questo basti a rendere quelle radici anche mie.

Cosa provi quando torni? Ti senti ispirata da questi luoghi? 

Ogni volta che torno provo un senso di riconciliazione con il mondo. Vasto mi rilassa tantissimo (probabilmente perché nella quotidianità vivo a Milano), mi aiuta a rimettere in prospettiva le urgenze della vita, mi ispira quiete e libertà. Quando torno a Vasto, rallento, dunque “sento” di più e sì, sono luoghi che mi ispirano. Ti confesso che buona parte del mio romanzo, uscito nel 2017, è stata scritta proprio a Vasto. Nei due mesi più intensi di scrittura, sono venuta dai miei (che provvedevano alle mie esigenze alimentari di base) e ho trascorso il mio tempo in uno studio-garage a produrre, creare, correggere. È stato un periodo molto bello, di lavoro e affetto. Sorrido piena di gratitudine, ripensandoci…

Hai dei luoghi del cuore?

Ogni volta che torno vado a fare una passeggiata a Vasto Marina, un luogo che amo d’estate come d’inverno (anzi, d’inverno lo amo di più ma, per carità, d’estate ci sono gli arrosticini di Fernando); amo passeggiare per le stradine del centro storico, amo osservare il panorama dalla Loggia Amblingh e scrutare nei giardini di Palazzo D’Avalos. Vado su Via Adriatica, che sembra uno dei posti più tranquilli e suggestivi del centro, dove batte la memoria di quella frana che segnò la storia di questa deliziosa cittadina. Anche il molo di fronte al  Circolo Nautico, per una cresciuta guardando Dawson’s Creek, ha sempre il suo fascino. Se posso, mi spingo lungo la costa, sbirciando il mare blu e i trabocchi che si aggrappano alla terra e affondano i piedi nell’acqua.

Consigli Vasto come posto di vacanza?

Assolutamente sì. A Vasto ho portato i miei più cari amici, il mio compagno, sua madre, i miei cugini, i miei zii pugliesi. Sono una promoter ufficiale del territorio, che mostro sempre, nella sua semplicità e nella sua bellezza più autentica, a ogni ritorno, anche sui miei social network. Di Vasto vanto anche il Siren Festival, che è un evento in grado di richiamare utenza giovane da tutta Italia e da ragazzina mi piaceva molto che ci fosse un festival del cinema anche qui. In tutto questo, i miei genitori affittano case vacanze ai turisti, pertanto ho ogni ragione per raccontare quanto sia bello e da scoprire questo territorio, tanto per le sue bellezze paesaggistiche, che per i suoi eventi, che per il suo cibo.

La tua spiaggia preferita?

Punta Aderci, senza dubbio. Non facile da raggiungere, selvaggia, incontaminata, riservata. Un posto magico, credo il più bello scoperto di recente, con il trabocco, i ciottoli, la natura che regna sovrana, senza folle, bar, musiche, venditori ambulanti. Certo, bisogna attrezzarsi e portare l’occorrente, ma è un luogo davvero speciale che spero continui a essere preservato e difeso.

Un luogo che non vedi l’ora di rivedere?

Il mare, in generale, da qualsivoglia prospettiva.

Il posto più romantico?

Adoro l’angolo di Porta Catena. L’arco che fa da cornice al paesaggio e ai suoi colori, in qualsiasi stagione dell’anno.

E il più brutto?

Il viadotto Histonium, accanto al quale vivono i miei genitori, è una via pessima. Temiamo che sia necessario aspettare che ci scappi il morto, prima che le autorità si decidano a gestire un problema evidente, già più volte segnalato dalla cittadinanza.

Per carità, il punto è bellissimo: alto, piacevolmente ventilato, si gode di un meraviglioso panorama sul paese e sull’insenatura, il cielo e il mare si fondono e creano un azzurro infinito che abbraccia la linea retta dell’orizzonte…purtroppo però le automobili sfrecciano a tutta velocità, inquinano acusticamente e soprattutto sono estremamente pericolose. Mi è capitato di assistere a incidenti dal terrazzo, perché purtroppo il Comune non prende – a quanto pare – alcun provvedimento per regolare il traffico in quella che sarebbe a tutti gli effetti una strada urbana, sulla quale si transita manco fosse il circuito di Maranello: niente semafori, dossi, o autovelox.

Un episodio o un ricordo degno di nota accaduto qui

Anche qui, una nota dolente. Non la cito perché mi piace essere una stracciapalle (cosa che comunque sono), ma perché

amo Vasto e mi sembra giusto dare spunti per renderla un posto sempre migliore, sempre più adatto ad accogliere abitanti e turisti, di qualsiasi categoria siano.

Qualche anno fa mi sono trovata qui in occasione della Notte Rosa a Vasto Marina. Con la mia famiglia abbiamo deciso di andare a fare una passeggiata. Purtroppo, però, mia mamma – oltre a essere una donna forte, dalle straordinarie risorse – è disabile, naturalmente dotata di relativo pass. Quando abbiamo chiesto alle forze dell’ordine di farci passare (nonostante la chiusura della via al traffico), in modo tale che potessimo posteggiare in uno dei parcheggi riservati e avvicinarci di più alla manifestazione, ci è stato negato il permesso. Abbiamo fatto dietrofront e siamo andati via.

In pratica: Vasto organizza una notte dedicata alle donne, ma solo a quelle che possono camminare per chilometri. Non è forse scorretto, o ipocrita?

Protestai, ai tempi, e mi auguro che, da allora, gli organizzatori di queste manifestazioni si siano premurati di istruire le forze dell’ordine affinché sia consentito anche ai disabili di partecipare alle attività collettive. Nel ventunesimo secolo dovrebbe essere un tema elaborato, e invece siamo ancora molto indietro. Anche a Vasto.

Photocredit: Franz
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