C’ERA UNA VOLTA BORRELLO, IL RE DEI TARTUFI

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C’era una volta un piccolo paesino di 300 abitanti, immerso in una valle, ai piedi di un bosco. Un luogo incantato, tra faggi e abeti, bastioni di roccia e pareti a strapiombo con vista sulle cascate più alte dell’Appennino. Un paesino dove non è difficile porgere l’orecchio e sentire i ritmi della natura, talmente fortunato da godere ogni giorno dello scenografico tuffo del fiume giù dalle montagne, a formare duecento metri di cascate che si specchiano sulle finestre delle case e nelle vetrine di piccole botteghe. Ma non c’è solo questo a renderlo speciale: la sua terra è ricchissima di uno dei prodotti più nobili della regione Abruzzo, il tartufo. Stranamente nessuno lo sa, o tutti fanno finta di non saperlo. C’è però un’abitante che non si arrende, che lotta ogni giorno per farlo conoscere al mondo. E ci riesce. Potrebbe essere una favola invece è la realtà: stiamo parlando di Borrello, del Rio Verde e di Vittoria Mosca.

Perché visitare Borrello? <<Semplice – risponde Vittoria – perché ti si apre l’anima>>. Il piccolo borgo in provincia di Chieti, a due passi dal Molise, consente in pochi chilometri dalla costa di vivere un’esperienza naturale full immersion in uno dei luoghi più incontaminati d’Italia. Circa 240 scalini vi separeranno dallo spettacolo mozzafiato delle Cascate del Verde, sotto lo sguardo vigile della Majella. Ma c’è dell’altro: visitare Borrello significa anche capire i frutti della sua terra e le persone che popolano questo piccolo fantastico mondo. La giornata trascorrerà insolita. Contattando Vittoria Mosca sarà possibile prenotare un mini tour guidato alla scoperta del tartufo, comprensivo di un percorso di degustazione e una breve lezione. Il pranzo poi è d’obbligo a due passi, nel ristorante “Lo Shangri là da Vincenzina”. Come suggerisce il nome, un vero paradiso perduto dove assaporare la cucina casereccia con piatti tipici al tartufo. Una piccola anticipazione? Pallotte di cace e ovo al tartufo, risotto zafferano di Navelli e tartufo. Avrete voglia di tornarci anche il weekend successivo.

Chi è Vittoria Mosca? C’è qualcosa in questa donna, una luce che la anima che fa pensare a un’eroina mitologica. Si definisce una “prodonauta”, cioè una produttrice di tartufi che ha l’obiettivo di trasmettere emozioni a chi riceve il suo prodotto, in modo da trasportarlo con la mente nel luogo in cui il tartufo nasce: un ambiente incontaminato in perfetta sintonia con le materie prime e con i produttori. La sua è un’azienda ventennale, la Rio Verde Tartufi, tra le primissime a promuovere questo pregiato tubero in Italia e nel mondo. Vittoria lotta ogni giorno per dare un’identità al tartufo d’Abruzzo. Spesso sola, ma non sempre. <<La condivisione è una cosa fondamentale per il territorio – ci spiega – e a questo proposito nascerà l’Associazione Tartufi Donna: una promozione tutta al femminile, emozionale, orientata alla crescita della sensibilità verso il prodotto>>. È tutta una poesia. Il suo coraggio e la sua determinazione l’hanno portata a rifornire le cucine stellate dello chef Bottura, che ha reso i suoi prodotti protagonisti in terra e per mare, tra  cene diplomatiche di portata mondiale e eventi extrachic sulle navi di Costa Crociere.

Il tartufo d’Abruzzo. L’Abruzzo è una terra di tartufi, se ne contano almeno 28 varietà. La più conosciuta è la zona dell’aquilano per il tartufo nero, ma non è l’unica. Ne esiste un’altra, è quella del Sangro-Aventino, ricca di tartufo bianco pregiato. Ma questa è una storia complicata, di un territorio di confine. Su una direttrice di circa 63 km, da Bomba in provincia di Chieti fino a Rionero Sannitico, in provincia di Isernia, passando per Quadri – chiamata la città del tartufo- e Borrello, si attraversa una zona ricchissima di questa tipologia di tubero, insieme al nero scorzone. Un habitat ideale per un prodotto di altissima qualità, le cui proprietà organolettiche sono associate a un ambiente vergine e inviolato dall’inquinamento. La sua esistenza è misconosciuta agli abruzzesi ma conosciutissima dai cavatori piemontesi, umbri e marchigiani, che frequentano questi territori dagli anni ’70 alla ricerca più o meno selvaggia del tartufo bianco. Nonostante oggi la raccolta sia più tutelata, attraverso l’obbligo di un patentino e di un’abilitazione, un calendario annuale da rispettare e una quantità massima consentita, non è abbastanza. Il tartufo bianco pregiato qui è una risorsa unica, un’eccellenza agroalimentare legata al suo territorio di origine. Perché non renderlo un prodotto a marchio DOP?

 

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